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Il libro di Occhetto tende a configurare i lineamenti di una nuova sinistra Stampa E-mail
martedì 09 maggio 2006
di Fiorenzo Baratelli

Berlusconi è stato elettoralmente battuto, ma il berlusconismo è ancora pervasivo. Ciò che deve preoccupare non è tanto la spaccatura del paese in due (implicita nella logica bipolare), quanto il dato che Moni Ovadia ha messo acutamente in evidenza: “….il berlusconismo ha inquinato il sistema mentale del paese”.
Da questa consapevolezza può partire qualche considerazione sull’importanza di “Potere e antipotere” .


In due punti del libro di Achille Occhetto si può individuare la chiave autobiografica e politica che ci porta dentro la comprensione del testo. Scrive Occhetto in apertura: “Più volte mi sono chiesto quale potesse essere l’elemento di continuità che aveva contraddistinto la mia vita politica. Le risposte avrebbero potuto essere tante. Sicuramente quella che si avvicina di più alle caratteristiche di una permanente ricerca intellettuale e morale si potrebbe definire come un impegno costante per la riforma della politica.” E in conclusione: “Se volessi trarre un succo dalle cose scritte….. direi che uno dei fili conduttori lo si può trovare nell’esigenza di ridare la parola alla sinistra dentro una concezione altra e profondamente critica del potere”.

Il libro è tante cose insieme: spunti di analisi sul tema grande e terribile del potere; un bilancio della vicenda politica di questi anni; riflessioni critiche sulla ‘sinistra reale’ in crisi di identità; ricordi di vita personale sempre inscindibilmente legati alla vita politica del nostro paese.
Anche la scrittura aderisce a questo insieme variegato di temi: dal tono saggistico si passa al taglio tipico del pamphlet, da quello letterario (riflessioni su Joyce, Durrell, Svevo) a quello della memoria.
Ovviamente il consiglio è di leggerlo, poiché risulta particolarmente difficile sintetizzarlo per la varietà degli spunti e per la brevità del loro svolgimento; scelta voluta quella di procedere per brevi paragrafi: si vuole sollecitare la collaborazione attiva del lettore. Ed è proprio questo che farò in questa sede.

Sono persuaso che una delle radici più profonde della crisi della sinistra del novecento (di tutte le sue componenti) stia in una visione antropologica debole; cioè un’idea dell’uomo (inteso maschio e femmina) troppo semplice. Di qui l’ipotesi di un potere capace di cambiare di segno (dal negativo al positivo) solo in virtù del cambiamento dei rapporti di produzione economica o dell’andata al potere di quel partito o di quella classe particolare. A questa visione si è accompagnato il sostegno di droghe quali l’ideologismo o il propagandismo che hanno dato l’illusione di identità forti. Nel bilancio della storia della sinistra del ‘900 resta acquisita la differenza fra le conquiste democratiche e sociali delle grandi socialdemocrazie europee e l’esito catastrofico del totalitarismo nato dalla rivoluzione d’ottobre che ha portato al crollo di quel mondo nel 1989.
Così come resta la peculiarità della vicenda politica e culturale del PCI rispetto al modello sovietico; ma anche nel partito comunista italiano l’origine della sua nascita si è fatta sentire. Vorrei fare solo un esempio: come scrive Occhetto “… il Togliatti campione del movimento comunista internazionale…. o del giustificazionismo storico nel rapporto tra mezzi e fini, oggi non ha più nulla da dirci”. Mentre cresce sempre più la statura intellettuale e morale di Antonio Gramsci, l’autore politico italiano del ‘900 più tradotto nel mondo.
Fuori dalla tradizione del PCI fino al suo scioglimento, i dirigenti politici e gli intellettuali di quel partito ignoravano o, quanto meno, non apprezzavano autori fondamentali dell’ottocento e del novecento: Tocqueville, Stuart Mill, Hanna Arendt, Simone Weil ecc. Questo non ha comportato solo un vuoto teorico, ma anche una carenza di conoscenza e di sensibilità sulla grande novità della modernità: la genesi e la struttura dell’individuo e il ruolo svolto nella sua costruzione dalle istituzioni erogatrici di senso. Si può fissare una data di questo terremoto filosofico, politico ed esistenziale: 1694, John Locke “Saggio sull’intelletto umano” in cui viene coniata per la prima volta l’espressione ‘identità personale’.
Quante tragedie si sarebbero evitate nella storia del movimento operaio se fosse stato presente nel suo dna questo valore della persona e dell’individuo, da coltivare e proteggere come una pianta fragile!
Gli ingredienti di questa cura oggi ci sono chiari: responsabilità individuale contro conformismo; critica contro dogmatismo; etica contro cinismo. Così anche valori tipici della sinistra storica quali la giustizia sociale, la solidarietà, il bene comune, acquistano un significato nuovo e dirompente rispetto al passato e al presente delle società occidentali.

Nel libro di Occhetto c’è la testimonianza lucida di questa nuova cultura che attraversa tutti i temi affrontati: il mondo globale; guerra e pace; l’Europa; una filosofia del potere antiautoritaria e antigerarchica. E alla fine, il tutto tende a configurare i lineamenti di una nuova sinistra, la cui mancanza è considerata una componente centrale della crisi della politica.

Sarebbe auspicabile che dirigenti e militanti dei DS e altri della sinistra plurale partecipassero all’incontro del 4 maggio. Sarebbe l’occasione, prima di tutto, per rendere omaggio ad un uomo che è stato trattato con poca generosità dall’ex partito che ha contribuito in modo decisivo a far nascere.
Ed inoltre si potrebbe riflettere sulla condizione di Occhetto nel panorama politico di oggi, vista come paradigmatica dell’isolamento a cui si è costretti da una ‘partitocrazia senza partiti’ allorchè, animati da passione civile e politica, si intenda dare un contributo libero e critico alla costruzione di una nuova sinistra.

In conclusione vogliamo riprendere ciò che il grande scrittore americano Gore Vidal scrive nella prefazione del libro: “….che un politico di prim’ordine citi Joyce e Laurence Durrell, la Arendt e Giordano Bruno, mi fa pensare che in Italia la cultura politica non sia del tutto morta.”

Siamo d’accordo, ma lo sapevamo già; perché Occhetto ha commesso errori, ed ogni sua scelta può essere discutibile, ma nessuno può negare la tensione culturale, civile e la dirittura morale che sempre hanno caratterizzato la sua storia politica.
E’ una lezione per i giovani che oggi vedono in circolazione politici e nuovi eletti che incarnano la caricatura del realismo politico: la furbizia, l’opportunismo, il trasformismo.

Fiorenzo Baratelli
 
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